Quando si parla di «gerarchie angeliche» quasi sempre si ha in mente, anche senza saperlo, un unico autore: lo Pseudo-Dionigi Areopagita. Il suo trattato La gerarchia celeste ha dato all'Occidente e all'Oriente cristiano l'immagine di nove cori disposti in tre triadi, un'architettura così fortunata da apparire nelle cupole bizantine, nelle summe scolastiche e nei versi di Dante. Capire come è nata questa struttura significa capire come la tradizione ha pensato il rapporto tra il divino e il mondo.
Chi era lo Pseudo-Dionigi
L'autore si presenta come Dionigi, l'ateniese convertito da Paolo all'Areopago secondo gli Atti degli Apostoli. Gli studiosi concordano però sul fatto che i suoi scritti risalgano a un'epoca molto più tarda, con ogni probabilità tra la fine del V e l'inizio del VI secolo, e che siano profondamente impregnati di neoplatonismo, in particolare dell'insegnamento di Proclo. Per questo lo si chiama «Pseudo-Dionigi».
Il nome apostolico conferì all'opera un'autorità enorme per tutto il Medioevo. Tradotto in latino già nel IX secolo, il corpus dionysiacum divenne una delle fonti principali della teologia mistica occidentale.
Da dove vengono i nomi dei cori
Dionigi non inventa i nomi: li raccoglie dalla Scrittura e li ordina. Ecco le fonti principali.
- Serafini: compaiono nella visione di Isaia, attorno al trono divino.
- Cherubini: custodiscono l'Eden nella Genesi, sono raffigurati sull'Arca e descritti da Ezechiele.
- Troni, Dominazioni, Principati, Potestà: sono elencati nella Lettera ai Colossesi.
- Virtù: il termine compare negli elenchi paolini delle potenze celesti, come nella Lettera agli Efesini.
- Arcangeli: la parola ricorre nella Prima lettera ai Tessalonicesi e nella Lettera di Giuda.
- Angeli: il termine generale, che significa «messaggeri».
Il lavoro di Dionigi consiste nel trasformare un insieme di nomi sparsi in un sistema coerente, fondato sul numero tre.
Le tre triadi
| Triade | Cori | Funzione simbolica |
|---|---|---|
| Prima | Serafini, Cherubini, Troni | contemplazione diretta di Dio |
| Seconda | Dominazioni, Virtù, Potestà | governo dell'ordine cosmico |
| Terza | Principati, Arcangeli, Angeli | rapporto con i popoli e gli uomini |
La prima triade è la più vicina alla sorgente divina e riceve la luce senza intermediari. La seconda la trasmette verso il basso ordinando l'universo. La terza è quella che entra in contatto con il mondo umano: i Principati vegliano sulle nazioni, gli Arcangeli recano i messaggi più importanti, gli Angeli accompagnano i singoli.
Il significato del numero tre
La triplice divisione non è un capriccio. Per Dionigi ogni livello riflette la Trinità e ogni triade, a sua volta, è composta di tre gradi. La struttura nove, cioè tre volte tre, esprime quindi un'armonia totale: il cielo è ordinato secondo lo stesso ritmo della divinità che lo genera.
La luce che discende
Il cuore dell'opera non è l'elenco, ma il principio che lo anima. Dionigi definisce la gerarchia come un ordine sacro, una scienza e un'attività che tende ad assimilarsi a Dio. Ogni coro riceve la luce dal coro superiore e la trasmette a quello inferiore, secondo tre operazioni:
- Purificazione: liberarsi da ciò che offusca.
- Illuminazione: ricevere la conoscenza.
- Perfezione (o unione): raggiungere la somiglianza con la sorgente.
In questo schema nessun coro trattiene la luce per sé. La gerarchia non è una scala di potere, ma una catena di trasmissione in cui ogni grado esiste per donare ciò che riceve. È un'idea che il pensiero esoterico ha sempre trovato feconda: la conoscenza autentica è tale solo se viene passata.
Una gerarchia riflessa sulla terra
Dionigi scrisse anche La gerarchia ecclesiastica, nella quale descrive la Chiesa come immagine terrena dell'ordine celeste, con i suoi sacramenti e i suoi gradi. Il parallelismo tra cielo e terra, tra ciò che sta in alto e ciò che sta in basso, è un principio che accomuna questa visione cristiana alla tradizione ermetica.
L'eredità
L'ordine dionisiano non fu l'unico. Gregorio Magno propose una sequenza leggermente diversa, e anche Isidoro di Siviglia ne diede una sua versione. Tuttavia fu lo schema di Dionigi a imporsi, grazie anche al commento dei grandi scolastici. Tommaso d'Aquino lo adottò, e Dante, nel canto XXVIII del Paradiso, lo dichiara corretto, raccontando con ironia che Gregorio, giunto in cielo, sorrise del proprio errore.
Nella riflessione che lo Studio Esoterico Cornelio dedica all'angelologia, i nove cori vanno letti anzitutto come una mappa simbolica: una rappresentazione dei gradi attraverso cui la coscienza può salire dalla dispersione all'unità. Chi medita su questa struttura non cerca di «classificare» gli angeli, ma di comprendere che ogni livello dell'essere riceve e restituisce.
In sintesi
- La gerarchia dei nove cori deriva dal trattato La gerarchia celeste dello Pseudo-Dionigi, databile tra V e VI secolo.
- I nomi dei cori provengono dalla Bibbia; Dionigi li ordina in tre triadi di tre cori ciascuna.
- Ogni coro riceve la luce dal superiore e la trasmette all'inferiore attraverso purificazione, illuminazione e perfezione.
- Lo schema fu adottato dalla scolastica e da Dante, imponendosi su versioni alternative come quella di Gregorio Magno.
- Simbolicamente, la gerarchia è una mappa dell'ascesa interiore più che una classificazione.