In un piccolo borgo dell'Abruzzo interno, in provincia dell'Aquila, si svolge ogni anno una delle feste più sorprendenti d'Europa. A Cocullo la statua di San Domenico abate esce in processione coperta di serpenti vivi, che si attorcigliano sul capo, sulle spalle e sulle braccia del santo. È la festa dei serpari, un rito in cui devozione cristiana, sapere naturalistico e memorie antichissime si intrecciano in modo unico.
Chi era San Domenico abate
Il santo venerato a Cocullo è Domenico di Sora, monaco benedettino vissuto tra il X e l'XI secolo, nato nell'area di Foligno e fondatore di diversi monasteri nell'Italia centrale. Secondo la tradizione locale soggiornò nella zona e lasciò al paese due reliquie: un dente molare e un ferro della sua mula. Entrambi sono custoditi nel santuario e sono al centro della devozione.
Nella cultura popolare abruzzese San Domenico era invocato come protettore contro il morso dei serpenti e dei cani rabbiosi, e contro il mal di denti. Questa specializzazione spiega molti dei gesti che accompagnano la festa.
I serpari e la cattura
La festa comincia settimane prima, quando i serpari del paese percorrono i campi e i boschi alla ricerca dei serpenti. È un'attività che si tramanda in famiglia e che richiede una conoscenza precisa del territorio e del comportamento degli animali, risvegliati dal letargo con l'arrivo della primavera.
Si catturano specie non velenose della fauna locale, tra cui:
- il cervone, grande colubro dal corpo robusto;
- il saettone, agile e slanciato;
- la biscia dal collare e altre specie comuni della zona.
Gli animali vengono custoditi con cura fino al giorno della festa e, al termine del rito, sono rilasciati nel loro ambiente naturale.
Il giorno della processione
La festa si svolgeva tradizionalmente il primo giovedì di maggio; da alcuni anni la data è stata fissata al primo maggio. La giornata segue una sequenza ben definita.
- La campanella. Nel santuario i fedeli tirano con i denti una catenella collegata a una piccola campana: un gesto di devozione legato alla protezione dei denti attribuita al santo.
- La terra della grotta. Si raccoglie un po' di terra da una nicchia del santuario, conservata un tempo come segno di protezione per la casa e per i campi.
- La vestizione della statua. All'uscita dalla chiesa i serpari posano i serpenti sulla statua, che in pochi istanti ne viene ricoperta.
- La processione. La statua percorre le vie del paese, preceduta da ragazze che portano in testa cesti con i ciambellani, grandi pani dolci a forma di ciambella.
Il presagio dei serpenti
Durante la processione gli abitanti osservano attentamente il comportamento dei serpenti. Secondo una credenza tramandata, se i rettili si dispongono sul capo del santo l'anno sarà favorevole; se si concentrano in altre parti, il presagio è meno felice. È un esempio di divinazione comunitaria, simile a quella praticata altrove osservando il fumo dei falò o il volo degli uccelli.
Le radici antiche: i Marsi e Angizia
Molti studiosi hanno letto la festa di Cocullo come l'erede cristianizzata di culti molto più antichi. L'area era abitata in età preromana dai Marsi, un popolo italico che gli autori latini descrivono come esperto nell'incantare i serpenti e nel curarne i morsi. A questa fama si collegava il culto della dea Angizia, divinità legata ai serpenti e alle erbe, venerata presso il lago del Fucino.
Il passaggio dalla dea al santo è un'ipotesi, non una certezza documentata in ogni suo anello. Ma la continuità tematica è evidente: lo stesso territorio, la stessa familiarità con i serpenti, la stessa richiesta di protezione da un pericolo concreto della vita contadina.
Il serpente come simbolo
Nel cristianesimo il serpente è spesso figura del male, il tentatore dell'Eden schiacciato dalla Vergine. A Cocullo accade qualcosa di diverso: il serpente non viene ucciso, ma addomesticato e offerto al santo. La potenza dell'animale non è negata, è messa al servizio della comunità.
Questa ambivalenza attraversa tutta la storia delle religioni. Il serpente è morte e rinascita, perché cambia pelle; è guardiano di soglie e di tesori; è sapienza nascosta nella terra. Il rito abruzzese conserva questa complessità in forma viva, senza ridurla a una sola lettura.
Una festa studiata e protetta
La festa dei serpari ha attirato per tutto il Novecento etnologi, fotografi e documentaristi, ed è considerata un caso di studio fondamentale per l'antropologia religiosa italiana. Oggi la comunità di Cocullo affianca alla tradizione un'attenzione crescente al rispetto degli animali e alla tutela delle specie, segno che un rito antico può continuare a vivere dialogando con la sensibilità contemporanea.
In sintesi
- A Cocullo la statua di San Domenico abate esce in processione coperta di serpenti vivi.
- I serpari catturano in primavera specie non velenose e le liberano dopo la festa.
- Campanella tirata con i denti, terra della grotta e ciambellani sono parti del rito.
- Il comportamento dei serpenti sulla statua è letto come presagio per l'anno.
- Molti studiosi collegano la festa ai Marsi e al culto della dea Angizia.